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La solitudine del ciclismo trentino, che continua a vincere

La scorsa settimana a San Francesco al Campo sono arrivate quattro maglie tricolori ai campionati italiani assoluti e junior di ciclismo su pista, conquistate da Alessio Magagnotti e da Maya Ferrante. Negli ultimi due giorni ne sono maturate altre due a Firenze alla rassegna nazionale giovanile, sempre su pista, indossate da Margherita Donanzan e da Erik Magagnotti.

La Rappresentativa trentina a Firenze festeggia il tricolore di Margherita Donanzan
La Rappresentativa trentina a Firenze festeggia il tricolore di Margherita Donanzan

Questo per rimanere legati alla strettissima attualità, perché se si allarga di poco il lasso temporale emergono altri trionfi a carattere internazionale, leggasi il doppio oro di Agata Campana e l'argento di Maya Ferrante agli Europei su pista, le medaglie tricolori e continentali della biker Nicole Azzetti (argento agli Europei di ciclocross), i trionfi del talento emergente Alessio Magagnotti, gli innumerevoli successi conseguiti dai nostri giovani ciclisti (sia su strada che fuoristrada) ogni santissima domenica.
Il nostro ciclismo continua a vincere, a crescere e formare giovani. Porta atleti in nazionale, conquista titoli e tiene alto il nome del Trentino in Italia e oltre confine. Lo fa grazie a decine di società, centinaia di volontari, tecnici preparati e famiglie che investono tempo, denaro e passione.
Lo fa, però, quasi sempre da solo. Perché se i risultati non mancano, gli investimenti continuano a essere il grande assente.
Da oltre vent'anni il movimento chiede invano circuiti protetti, dove bambini e ragazzi possano imparare ad andare in bicicletta e allenarsi in sicurezza. Non opere faraoniche, ma infrastrutture di base. Se ne chiede uno da tempo immemore nella città di Trento: sarebbe naturale immaginarne almeno uno per valle, aggiungiamo noi.
La fotografia, invece, è impietosa. In tutto il Trentino esiste un solo impianto dedicato: il circuito di località Oltra a Dro. Uno. E non è un caso se la Ciclistica della presidente Geltrude Berlanda sia la realtà della provincia a vantare il maggior numero di Giovanissimi (7-12 anni) tesserati.

Nonostante l’evidenza parli chiaro, pare altrettanto evidentemente che non si voglia affrontare la questione, lanciandosi in faraoniche organizzazioni: per quelle sì, i soldi non mancano. Leggasi Super Mondiali 2031, che vanno bene, benissimo, qualora alla base ci sia un movimento florido e in piena salute. Benissimo anche implementare la già ricca rete di piste ciclabili (indubbio fiore all'occhiello del nostro territorio), ma non basta.
In occasione della rassegna iridata del 2031 si è parlato (finalmente) di un circuito protetto in città, che dovrebbe trovare posto nell’area di San Vincenzo. Vent’anni di appelli per strappare una promessa, un cioccolatino che non può sfamare un movimento che ha bisogno di ben altro per reggersi in piedi.
I faticatori della bicicletta continuano a soffrire, sono abituati a farlo ogni volta che montano in sella, ma meriterebbero maggiore considerazione.

Il Trentino, quello che muove le risorse, non disdegna però il business legato al turismo della bicicletta: quello piace, piace a tanti.
È davvero questo il sostegno che una terra di ciclismo riserva a uno degli sport che più ne rappresentano la storia e l'identità?
Eppure il movimento continua a produrre campioni. Quasi fosse normale. Quasi fosse scontato. Ma non lo è, non lo è affatto.
Ogni vittoria racconta i sacrifici di dirigenti che lavorano gratuitamente, di allenatori che dedicano il loro tempo ai ragazzi, di genitori che percorrono migliaia di chilometri ogni anno, di società che fanno quadrare i bilanci con fantasia e buona volontà.
I risultati arrivano non grazie agli investimenti, ma nonostante la loro assenza. Ed è proprio questo il punto: un movimento non può vivere all'infinito sulle spalle del volontariato. La passione è una risorsa straordinaria, ma non può sostituire la programmazione.
Ora non si parla d'altro che dei Super Mondiali del 2031. Un appuntamento prestigioso, una vetrina internazionale che il Trentino merita e che può rappresentare una grande opportunità. Ma una domanda, forse scomoda, è inevitabile: che senso ha investire milioni di euro per organizzare il più grande evento ciclistico del mondo se poi non si trovano le risorse per far crescere i ragazzi che quel ciclismo dovranno rappresentarlo un domani?
I grandi eventi accendono i riflettori per qualche giorno. La base costruisce il futuro per decenni. Sono due cose profondamente diverse.
Il Trentino non ha bisogno soltanto di grandi manifestazioni. Ha bisogno di impianti, sicurezza, progettualità e investimenti continui. Ha bisogno di dare alle società gli strumenti per lavorare meglio, non semplicemente di applaudire i risultati quando arrivano. Perché quei risultati hanno un valore enorme. E non solo sportivo.

I fratelli del pedale Erik e Alessio Magagnotti, due promesse maturate nel vivaio trentino
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Il cicloturismo è oggi uno dei motori dell'economia trentina. Migliaia di persone scelgono ogni anno le nostre montagne e le nostre strade, riempiono alberghi, ristoranti, negozi e attività commerciali. Il ciclismo genera indotto, promuove il territorio e contribuisce in maniera concreta all'economia provinciale.
Investire nel ciclismo significa quindi investire nel turismo, nella salute, nell'educazione dei giovani e nell'immagine del Trentino. Non è una spesa, è una scelta strategica.
Per questo il movimento non chiede privilegi. Chiede attenzione, chiede una visione, chiede che la politica guardi oltre la prossima inaugurazione o il prossimo taglio del nastro. Perché i campioni non nascono durante la settimana di un Mondiale.
Nascono il martedì pomeriggio, in un circuito sicuro, con un allenatore che li aspetta e una società che continua a crederci. Il ciclismo trentino, ancora una volta, sta facendo la sua parte. Forse è arrivato il momento che anche qualcun altro faccia la propria.

Autore
Luca Franchini
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