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Moreno Moser: «In Trentino un tappone vero del Giro 2027»

«Servono salite iconiche, circuiti e finali spettacolari: tre tapponi consecutivi favoriscono l’attesa, non lo spettacolo». È questa l’idea di Moreno Moser, tra gli ospiti più autorevoli e qualificati, ieri, alla presentazione ufficiale del Giro d’Italia 2027.

Moreno Moser, ospite autorevole alla presentazione del Giro d'Italia 2027 (foto Giro d'Italia)n
Moreno Moser, ospite autorevole alla presentazione del Giro d'Italia 2027 (foto Giro d'Italia)n

L’ex professionista trentino, ora apprezzato commentatore tecnico di Eurosport, strizza l’occhio anche alla tappa trentina, la Rovereto-Madonna di Campiglio, che ha tutte le carte in regola per regalare spettacolo. Una tappa di montagna vera, ma senza l'eccesso di chilometri e dislivello che spesso caratterizza le grandi giornate alpine. Un disegno nervoso, con salite da affrontare a ritmo sostenuto e la possibilità di vedere i corridori all'attacco fin dalle prime battute.
Moreno Moser, partiamo dalla Rovereto-Madonna di Campiglio. Che impressione le fa questa tappa?
«È un tappone vero, ma corto. E questo, secondo me, è un aspetto positivo. Sono un grande sostenitore delle tappe brevi: il disegno del percorso conta molto più della quantità dei chilometri da percorrere. Questa frazione mi piace perché è una bella montagna russa. Credo che i corridori andranno “a blocco” dall'inizio alla fine».

Il disegno della diciottesima tappa del Giro 2027, la Rovereto-Madonna di Campiglio
Il disegno della diciottesima tappa del Giro 2027, la Rovereto-Madonna di Campiglio

Meno chilometri non significa necessariamente meno spettacolo...
«Anzi, a volte è proprio il contrario. Non bisogna pensare che una tappa sia bella soltanto perché misura 220 chilometri o perché propone 5.000 metri di dislivello. Conta come vengono distribuite le difficoltà, dove sono collocate le salite e quali possibilità offre il percorso ai corridori. Una tappa più corta, ma disegnata bene, può creare più selezione di una giornata interminabile».
È una filosofia che sembra trovare spazio anche nelle scelte degli organizzatori del Giro. È soddisfatto della direzione intrapresa?
«Mi sembra che abbiano capito che bisogna creare delle salite che possano diventare iconiche, cosa che io suggerisco da tempo, ma non voglio prendermi meriti in tal senso. Penso, ad esempio, allo Zoncolan e al Mortirolo, che mi piacerebbe vedere riproposti con continuità anche nei prossimi anni. Le grandi corse hanno bisogno di luoghi simbolo, di salite che entrino nell'immaginario degli appassionati e che diventino un appuntamento riconoscibile, come può essere l’Alpe d’Huez per il Tour de France».
Un altro elemento interessante è quello dei circuiti, soprattutto nel finale delle tappe.
«Sì, perché cambia anche la percezione dello spettacolo. Per uno spettatore è diverso vedere passare i corridori due volte anziché una soltanto. Penso al doppio Mortirolo, ma anche al doppio Durone previsto nella tappa trentina. Ripetere una salita, magari in un momento decisivo della corsa, può coinvolgere maggiormente sia chi segue la corsa in loco che chi la guarda in tv da casa».
C'è poi una questione legata alla lunghezza e alla successione delle grandi tappe di montagna. Perché non servono necessariamente tre tapponi consecutivi?
«Perché tre giornate consecutive da 5.000 metri di dislivello rischiano di spingere i corridori a giocare d'attesa. Quando le energie sono poche e si sa che il giorno successivo ci sarà un'altra montagna durissima, diventa più difficile prendersi dei rischi. Per avere spettacolo servono atleti con le gambe fresche, capaci di esprimersi al massimo e di fare la differenza quando ne hanno l'opportunità».
Qual è allora la ricetta per disegnare una tappa spettacolare?
«Bisogna ragionare anche in funzione della televisione e del pubblico. Salite ripetute, circuiti, finali interessanti e percorsi che permettano di attaccare da lontano. Non è detto che serva sempre una grande montagna: a volte un tracciato da semiclassica può fare più danni in classifica rispetto a un tappone tradizionale. L'importante è mettere i corridori nelle condizioni di attaccare».
Al Giro, però, lo spettacolo dipenderà anche dalla qualità dei partecipanti. Quali sfide le piacerebbe vedere?
«Non serve avere mille campioni, ma almeno due corridori di altissimo livello che possano darsi battaglia. Una sfida tra Pogacar e Vingegaard sarebbe naturalmente molto interessante, anche se sarà difficile vederli insieme al Giro. Personalmente, però, mi incuriosirebbe forse ancora di più un confronto tra Seixas e Del Toro».
Perché proprio loro?
«Potrebbe essere una sfida più equilibrata e avvincente. Sono corridori che possono offrire uno spettacolo interessante e vedere un confronto diretto tra loro sarebbe davvero stimolante».

Rovereto ospiterà la partenza di tappa del Giro 2027 per due giorni consecutivi, il 27 e 28 maggio
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